Diventare madri è un ostacolo alla carriera?

Per venire assunta ho giurato che non potevo avere figli, e comunque ho firmato un foglio di dimissioni in bianco.

Rimango attonita scorrendo le parole su questo piccolo paragrafo. Una delle tante storie raccontate dalla giornalista Paola Setti, nel suo “Non è un paese per mamme”. In questo libro, che consiglio vivamente di leggere a chiunque voglia avere una panoramica della condizione maternità/lavoro che è ancora radicata nel nostro paese, ci si rende conto che troppo poco è stato fatto.

E per questo ho deciso, con la gentilissima concessione dell’autrice, di riportare alcune delle storie raccontate, che sono veramente tantissime.

La firma o la vita

Cristina mi fa giurare di non parlarne mai ad anima viva. Io invece decido di metterla in un libro. Non dirò il suo nome vero, né il nome della grande azienda in cui lavora a Genova. Quello che le è successo però sì, quello va detto e basta. Un giorno viene a trovarmi a casa, Emilia è appena nata e lei si commuove. Rido: «Beh insomma, 39 anni non sono pochi ma se l’ho fatto io un figlio puoi provare a farlo anche tu, siamo un esercito di primipare attempate sai?». Lei mi guarda seria: «Ma non posso, scherzi? Perderei il lavoro». Inizio la lezioncina sui congedi di maternità e le grandi aziende e gli asili nido ma lei mi interrompe: «Per venire assunta ho giurato che non potevo avere figli. Comunque ho firmato un foglio di dimissioni in bianco»

Tiziana senza scelta

“Dopo due anni di tentativi andati male è arrivata Irene, gioia del nostro cuore. Gravidanza difficile e faticosa e faticosi i primi mesi, da sola con il mio compagno a imparare a fare i genitori. Ai 6 mesi per ragioni economiche, decidiamo il mio rientro in azienda, con orario ridotto per l’allattamento. Gestire tutto è difficile: casa, lavoro, Tagesmutter, ma ce la facciamo. Fino a quando la situazione si complica ancora: a due mesi dal compimento dell’anno di età di mia figlia, mi viene detto, testualmente: «O torni al full time o sei fuori». Io lavoro in un negozio da sola. Il datore di lavoro avrebbe potuto assumere un’altra persona e dare a entrambe il part time, credo non ci avrebbe perso molto dal punto di vista economico. Ma mi ha detto che piuttosto che assumere un’altra dipendente mi avrebbe licenziata. Ho trascorso un mese tra pianti e mal di stomaco, però mi sono organizzata tra Tagesmutter alla mattina e baby sitter di pomeriggio. Consegno tutto il mio stipendio a loro, ma almeno mantengo un posto di lavoro a tempo indeterminato”.

Claudia a Roma, fuga dalla Major

«Il progetto si chiamava “Women at work”, era stato pensato per affrontare il grande tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma non ha mai funzionato. Del resto come avrebbe potuto, se il capo del personale, una donna, appena rientrai al lavoro, al quinto mese dopo il parto, mi disse: “La figura del manager non è conciliabile con quella della mamma”. In fondo aveva ragione. Perché quale mamma può reggere un lavoro che magari inizia a rilento, non alle 8 ma alle 10 del mattino, ma poi incalza a ritmo incessante fino alle 21, quando finalmente finisce l’ultima riunione. Il part-time non ha senso in una società di consulenza, perché non entri nel ritmo con i colleghi, e le uscite anticipate non sono contemplate, tanto meno per i manager. Insomma si lavora come uomini e il problema è proprio questo: se anche gli uomini rifiutassero certi orari per andare a casa dalla famiglia, forse le famiglie avrebbero vita più semplice e probabilmente il mondo andrebbe avanti lo stesso».

Questa, ovviamente, è solo la punta dell’iceberg.

La mentalità che si respira all’interno di alcuni contesti aziendali, ostacola de facto la conciliazione tra vita professionale e vita privata.

Per fortuna, tantissimi orientamenti stanno cambiando, e ho già scritto di alcune aziende “virtuose” (e di altre ne scriverò) che sopperiscono alle carenze politico-economiche che viviamo sulla nostra pelle, in Italia.

Per chi volesse acquistare il testo di Paola Setti, può cliccare a questo link della Feltrinelli.

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